Un mese che niente assorbe e niente costruisce, e che per questo forse è il più forte.
Un piccolo editoriale personale sull’effetto che agosto produce sulla nostra psiche quando improvvisamente non possiamo più essere produttivi nemmeno nel diventare noi stessi.
Agosto come un parente lontano
Da qualche settimana il mantra è: se ne parla a settembre.
Le forze le sentiamo affievolite, ci diciamo faccia troppo caldo per tutto: riordinare, cucinare sano, passare troppe ore al pc o con un libro tra le mani. Perciò leggiamo a morsi, finiamo per mangiare solo frutta o un gelato solo, e ci limitiamo ad aprire le mail per non trovarci a settembre con un groviglio di fili virtuali che ci spaventerà rimettere a posto.
Perciò, per la vita, quella solita, se ne parla a settembre.
Ma agosto, questo mese che è sospeso quanto una domenica infinita o troppo breve, che è tanto poco familiare quanto un parente lontano, che è di passaggio come la farfalla più bianca, davvero non può farsi casa di alcuna profondità?
Davvero non può essere il mare genitore dal quale nasca qualcosa che abbia un qualunque significato?
Il fatto è che, se è pur vero che sotto il sole di mezza estate si congela tutto o tutto rallenta, nervi e muscoli non trovano il tempo necessario per acquietarsi, per placarsi in acque chiare, morbide. Si è sempre in una modalità solo di un poco meno accesa della solita, e la noia ci spaventa così tanto che è più rassicurante restare nel vortice – solo di un poco decelerato – che fuoriuscirne per avvertirci fermi, immobili o oscillanti; con la mente che null’altro fa se non controllare il respiro.
La noia e quel noi-stessi su cui non smettiamo di intervenire
La noia non è più come i vestiti di casa, domestica e conosciuta; oggi ci appare come una camicia da notte retrò che, indossandola, ci farebbe sentire ridicoli o fuori epoca: oltremodo fuori mondo, fuori quel noi-stessi su cui non smettiamo mai di intervenire.
Se non possiamo lavorare a ritmo pieno, nonostante una sorta di dipendenza, e se neppure riusciamo ad annoiarci come si deve, cioè organicamente e totalmente, possiamo almeno continuare a fare in terapia?
Almeno lì, in quella stanza che sembrava al di fuori da ogni stagione, possiamo continuare a ricamarci e scucirci, a disfare e ritessere la trama della nostra incessante storia? Beh no, naturalmente: se ne parla a settembre anche con la psicologa e almeno si spera che per agosto ognuno di noi sia arrivato a un punto, nel proprio percorso di terapia, oltre il quale ci sia abbastanza autonomia emotiva per gestire ansie estive e spostamenti di equilibrio, tra sale e sudore.
Se il corpo rallenta: d’accordo, ci sforziamo; ma la testa no, non riesce. Non siamo capaci di fermarci nemmeno quando tutto intorno a noi sembra autorizzarci a farlo, a lasciar andare. E d’accordo, è così. Ma invece: per chi deve proprio iniziarlo il percorso terapeutico? Per chi ha a lungo familiarizzato con l’idea di mettersi a nudo in una stanza di parole e si è finalmente convinto proprio con l’inoltrarsi dell’estate?
Sì, anche per lui se ne parla a settembre, anche con la psicologa.
Un mese in cui tutto non esiste ma ne esistono le promesse
Dopo un lungo periodo di tessitura con la mia psicologa del cuore, a raccogliere e riordinare piccoli e umani nodi d’infanzia e adolescenza, mi sono convinta proprio ora che sia fresco iniziare un nuovo percorso nel quale provare a spogliare una nuova versione di me, o almeno vestirla coi vestiti leggeri della stagione.
È solo che è agosto, e ad agosto tutto non esiste ma ne esistono le promesse.
Sono promesse di settembre, il mese con la giacca, quello che dovrebbe prendere un corpo ripulito che avrà finalmente il tempo, la lucidità e la temperatura giusta per provare a cominciare.
Però mi chiedo: e se tra qualche settimana quest’ansia che sento, perché devo fermarmi ma non riesco a farlo sul serio, non sarà ancora lì? Se intanto il mondo là fuori – seppur tutto accaldato – si dimenticherà di me e di tutti gli sforzi che ho fatto in un anno per essere me stessa?
E se fosse proprio agosto a scatenare quell’insoddisfazione che non verrà mai spenta nel brevissimo periodo, visto che è lo stesso agosto a rimandare? A lasciare passare. A evaporare.
Allora sto, non posso fare altro, ad aspettare che finisca agosto, ad aspettare che ricominci la giostra senza mai scendere, a cancellare le email che non mi serviranno, già lo so; a evidenziare quelle che potrebbero invece essere utili alla me che riparte.
Ad aspettare che io sia ancora così pronta per ricominciare la terapia. Che i desideri restino saldi. Che quello che adesso sembra sospeso non si sia invece dissolto, andato altrove.
E intanto resto, resto forzatamente a mollo nelle acque di un mese che niente assorbe e niente costruisce, e che forse proprio per questo è il più forte.
Perché, per una volta, rimandandomi, non mi chiede di diventare proprio niente.







