Sequel su un mestiere che non vuole – e non può – scomparire. In questo mondo dove nulla di ciò che nasce resta per più di qualche scroll, per sopravvivere bisogna trasformarsi. Andy, Miranda, Emily e Nigel ne mostrano i segni, vent’anni dopo
Sono passati vent’anni e il giornalismo non è più lo stesso. È diventato social, digitale, pervasivo, sempre più intrecciato alle logiche del business. La carta stampata è diventata il simbolo di un’epoca andata, che prova a resistere come traccia tipografica di un mestiere che non vuole – e non può – scomparire.
Con Il diavolo veste Prada 2 (film diretto da David Frankel, uscito nei cinema italiani il 29 aprile) si torna proprio lì, a vent’anni di distanza, dentro la redazione esclusiva di Runway, la rivista di moda guidata da Miranda Priestley (Meryl Streep).
A tornarvi è Andy Sachs (Anne Hathaway), che lì aveva mosso i primi passi da stagista con l’idea romantica – ormai sfumata nel nuovo sistema mediatico – di poter vivere per sempre di scrittura.

Rincorrere le dinamiche social per restare rilevante
Il ritorno di Andy è la conferma che quel sogno di vivere di scrittura si sia trasformato in qualcosa che ora si fa fatica a trattenere: il giornalismo fatto di carta, di pezzi lunghi e curati, di viaggi, di tempo e di budget per approfondire appare oggi, vent’anni dopo, un’utopia.
Andy rientra a Runway per occuparsi della reputazione della rivista come features editor. Ma, nonostante venga scelta per la sua capacità narrativa e di approfondimento, si ritrova in un sistema in cui tutto passa dalle visualizzazioni. Scrive per trasmettere messaggi di rilievo, ma deve muoversi con cautela in un contesto in cui gli inserzionisti dettano le regole e le piattaforme hanno trasformato le riviste in semplici veicoli di contenuti sponsorizzati.
L’atmosfera modaiola e frenetica che ancora riguarda il giornalismo di moda permea tutto il film. Il lusso che insegue Emily Charlton (Emily Blunt) – ora direttrice di Dior e quindi tra i principali inserzionisti di Runway – si contrappone alle relative ristrettezze in cui vive Andy seppur diventata, nel frattempo, una giornalista impegnata.
Andy si muove tra appartamenti precari e capi firmati acquistati in svendita e, quando rientra nella redazione fashion newyorkese, può riscontrare che anche il posto che era stato suo – quello di stagista – è oggi occupato da chi è cresciuto in un sistema già molto diverso.
Ma la giornalista è lì in una veste nuova e di altra responsabilità: lavora per conquistare la fiducia di una Miranda diversa, più fragile e sotto pressione, impegnata a non far collassare la propria immagine sotto il peso del digitale e delle aspettative dei vertici.
Spiazzata da un sistema che cambia troppo velocemente, lei, l’icona, è costretta a rispondere a dinamiche social per restare rilevante; per aspirare a un riconoscimento che la tiene sotto scacco.
Miranda quindi non è più la figura invincibile del primo film, ma rappresenta un’editoria che prova a sopravvivere. E in questo equilibrio instabile, Andy e Miranda finiscono per avere bisogno l’una dell’altra, dentro un sistema in cui tutte e due fanno fatica a trovare – o ritrovare – il proprio posto.
E, a proposito di posti, da New York – per il sequel – si vola qui, in Italia, a Milano, patria della moda e dell’editoria. Tra giorni di fashion week con una cena esclusiva sotto il Cenacolo di Leonardo da Vinci e una super sfilata con la partecipazione di Lady Gaga, si inserisce anche la nuova colonna sonora firmata proprio Lady Gaga e Doechii: Runway, un brano ritmato che restituisce tutto il glamour di un giornalismo di moda – italiano e internazionale – che resiste, ancora sicuro di sé.
La disillusione per un tempo che non può più tornare
Se Anne Hathaway ha descritto Il diavolo veste Prada 2 come «una lettera d’amore al giornalismo» e, alla première del Lincoln Center, Meryl Streep ha annunciato che costumi, borse e gioielli utilizzati sul set saranno messi all’asta a favore del Committee to Protect Journalists, il ritorno a Runway si carica di un significato più ampio: non solo riportare in scena una rivista, ma anche un’idea di giornalismo che il film sembra voler ricordare e, in qualche modo, sostenere.
Oggi, chi scrive, lo fa nella speranza che le proprie parole emergano in un mare infinito di contenuti generati soprattutto dall’AI. Così la voce dei giornalisti fatica a farsi spazio tra scroll e notifiche, mentre questi devono pensare gli articoli come contenuti social, ottimizzarli per i motori di ricerca, scalare le SERP di Google, destreggiare le regole SEO, trattenere il lettore sul testo, generare interazioni.
Giornalisti e redattori di nuova generazione – tra tagli, contributi non pagati o sottopagati e licenziamenti – devono stare attenti a tutto questo, altrimenti l’algoritmo li rende invisibili, li relega all’oblio. L’articolo oggi, infatti, non è più solo articolo, ma si trasforma in un post: il testo si accorcia, si frammenta, si accompagna a immagini, perché tutto deve adattarsi alla velocità della fruizione.
Ma si cerca ancora di metterci la faccia, la firma, la voce: insomma di sforzarsi ad essere umani, di mostrarsi riconoscibili e professionali, perché si crede ancora nell’importanza di questo mestiere.
La disillusione per un tempo che non può più tornare sembra incarnata – attraverso anche la palette cromatica dell’immaginario visivo del film, morbida e diffusa – dal sempre impeccabile Nigel (Stanley Tucci), storico caporedattore di Runway, forse il personaggio che mi è piaciuto di più del sequel; sicuramente quello chiave. La sua figura resta quasi leggendaria, un po’ come il mitico book di Runway.
Perché vedere, allora, Il diavolo veste Prada 2? Non tanto per i riferimenti al primo film, che piaceranno ai millennials nostalgici. Ma soprattutto per chi crede che, in questo mondo dove nulla di ciò che nasce resta per più di qualche scroll, per sopravvivere bisogna trasformarsi.
Trasformarsi, però, non significa adattarsi alle nuove logiche senza fiatare, ma provare a surfare sull’onda del cambiamento, restando nel frattempo fedeli a se stessi: come quel maglioncino ceruleo che ritorna, vent’anni dopo, ma in una nuova forma.
Tra tutte le versioni che possiamo diventare – spinti anche dall’ibridismo che attraversa le nuove dinamiche – resta questo l’esercizio più difficile: ricordarsi sempre di quella versione di sé che sognava, semplicemente, di scrivere.
Ph Ap7189ap Trailer del film su YouTube Copyrighted it.wikipedia.org; Toa Heftiba su Unsplash







