Con il progetto Thalassa, Teresa Carnuccio fa della cianotipia una pratica di ascolto: luce, acqua e tessuto naturale diventano materia del tempo, dando forma a una ricerca sul limite, sull’imprevedibilità e sul nostro rapporto con la natura.

La cianotipia è un pratica che nasce tra esposizione e buio, tra immersione e fissaggio. Tra ciò che l’essere umano può controllare e ciò che sfugge alle sue mani. 

La luce incide, l’acqua trattiene e trasforma, mentre il supporto assorbe e restituisce secondo tempi liberi, che possono non richiamare il gesto iniziale. È un processo in cui l’immagine viene lasciata accadere, attraverso una sequenza di attese, variazioni e possibilità di errore.

In un equilibrio sempre nuovo, questo lavoro artistico si apre a una forma di collaborazione con gli elementi naturali, dove il mare è riferimento simbolico, ma soprattutto presenza che attraversa e modifica. 

Il tessuto, intanto, si fa superficie liminale attraversata da acqua, luce e tempo; la sua palette si riduce quasi esclusivamente ai blu profondi della cianotipia e al bianco del lino, come se ogni altra distrazione cromatica venisse sospesa. Come se tutte le altre cromie non potessero entrare nel mito. 

Una tensione meditativa tra controllo e resa, quindi, in cui nasce ed evolve la ricerca dell’artista multidisciplinare – con formazione in architettura e fotografia – Teresa Carnuccio. Il suo lavoro non rappresenta solo il mare, ma lo vive come esperienza, come inconscio, come una – sempre aperta – possibilità di essere; di divenire.

Si lascia ora spazio alle parole dell’artista Teresa Carniccio.

Connessione con la natura
Thalassa nasce da una profonda riflessione sul rapporto tra l’uomo e la natura. In che modo la tua esperienza personale con il mare e le coste mediterranee ha influenzato la creazione di questa collezione? E in che misura questa vicinanza con la natura ha influenzato anche te come persona e artista, nella tua visione del mondo e nel tuo modo di creare? 

Il mare è ignoto, possibilità, per me rappresenta l’inconscio. Lavorare a riva, soprattutto lontani dalla confusione estiva, significa trovarsi in un luogo liminale, confine tra noto (la terra) ed ignoto (il mare). Trovarsi di fronte al Vesuvio ancora di più significa fare i conti con la propria finitezza. Il rapporto con il mare e in senso lato con la natura si traduce per me in un misto tra meraviglia e rispetto, una sorta di timore reverenziale: mi affascina, mi spaventa, mi dà un senso di scala.

Il mare a Napoli, ma anche a Sorrento dove sono cresciuta, si percepisce poco nella vita quotidiana. Va ricercato anche se è così vicino. Lavorare in collaborazione con gli elementi marini non è stata una conseguenza dell’esserci geograficamente vicina, ma una scelta, nata da un personalissimo bisogno di ri-connessione e avvicinamento alla natura e alla imprevedibilità.

Tecnica e sperimentazione artistica
La cianotipia senza negativo e i diversi gesti di immersione rendono ogni pezzo rappresentativo e imprevedibile. Puoi raccontarci come sperimenti con materiali, luce e acqua per ottenere questi effetti e come nasce il processo creativo di ogni modello?  Inoltre, c’è un momento o un gesto creativo che senti particolarmente tuo e che ti rappresenta come artista? 

In questo senso, lasciare andare l’idea di poter avere il controllo completo sul risultato finito è una pratica che mi fa da memento anche nella vita di tutti i giorni. La collaborazione con gli elementi naturali significa attesa, osservazione e anche contemplare la possibilità dell’errore. 

Sia i lavori su tessuto che quelli su carta nascono al buio, il supporto viene immerso o dipinto con una soluzione per cianotipia che preparo diversa di volta in volta in base al risultato che voglio ottenere. Il supporto viene poi esposto alla luce e risciacquato (fissato) in diversi momenti per ottenere gradazioni di blu più o meno intense. Questa è la fase in cui il lavoro, per me, diventa meditazione: osservare il materiale per cercare di capire quanta luce ha assorbito, che colore svilupperà, cogliere il momento giusto per il risciacquo, scegliere il gesto di immersione in acqua che farà manifestare il colore, scegliere il tempo giusto. Attendere il giorno dopo per vedere lo sviluppo effettivo, resistere all’idea di affezionarmi ai risultati intermedi, quando il colore non è definitivo. 

Riflessione sugli ecosistemi e sui materiali
Hai parlato di una spinta emotiva legata alla fragilità degli ecosistemi marini. Come questa preoccupazione si traduce nei gesti creativi e nelle scelte materiali della collezione?

Cerco di mantenere l’impatto ambientale della pratica nel suo complesso al minimo possibile. La cianotipia è uno dei processi fotografici a minore impatto ambientale. Utilizza due sali di ferro – ferrico ammonio citrato e potassio ferricianuro – a bassa tossicità nelle concentrazioni d’uso, che reagiscono alla luce solare per formare il blu di Prussia. Non si usa nessun solvente, l’unico fissativo è l’acqua. Pochi chili di chimici mi durano più di un anno.

Lavoro su tessuti completamente naturali, preferibilmente lino italiano, su tessuti di seconda mano o deadstock. I ritagli di tessuto e carta che avanzano vengono recuperati e trasformati in materiali per la comunicazione e il packaging.
Riguardo all’immersione in mare, mi sono confrontata con esperti di biologia marina per capire entro quali limiti la pratica fosse rispettosa degli ecosistemi costieri.

Collaborazioni e applicazioni contemporanee
Oltre ai pezzi su misura, la collezione include modelli riproducibili e si presta a collaborazioni con architetti, stylist e art director. Quali possibilità creative o progetti futuri ti entusiasmano maggiormente in questo senso?

Parallelamente alla ricerca su diversi substrati e processi che guardano oltre la cianotipia tradizionale, la direzione verso cui mi muovo è quella di aprire Thalassa a realtà nei settori del design e della moda, cercando collaborazioni dove la cianotipia non sia un elemento decorativo aggiunto ma una parte organica del progetto.

In questo momento partecipo a Esclusivo Inclusivo, la nuova iniziativa di Edit Napoli con Jumeirah Capri Palace a Villa Rosa ad Anacapri, fino al 12 luglio.

Ho iniziato anche una collaborazione con Holy Caftan di Gabriela Fluss, brand partenopeo che lavora sul recupero del corredo dell’Italia meridionale attraverso capi in lino e artigianato tessile campano. L’idea è applicare la cianotipia a pezzi iconici della loro collezione, trasformandoli in pezzi unici; la preview è avvenuta a inizio giugno.

Ultima foto di Alessandra Mustilli: Esclusivo Inclusivo, la nuova iniziativa di Edit Napoli

Le altre sono foto di Teresa Carnuccio, che ringrazio ancora.

ANNARITA GENOVA
ANNARITA GENOVAfounder & director
Parole prime.
Brand journalist, mi occupo di giornalismo e comunicazione.
LE RUBRICHE